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CATEGORIA: Ricordi
24/11/2010
DUE PENSIERI SUI MILLE PERCHE' DELLA PRATICA, SUI MAL DI TESTA DELL'ESPERTO, E SUL SORRISO DEL PRINCIPIANTE.
Perché pratichiamo jiu jitsu? Le risposte a questa domanda sono molteplici e tutte piuttosto valide; c'è chi pratica per tenersi in forma, chi pratica per aquisire più sicurezza in sé stessi, chi vuole affermarsi come atleta agonista, e chi ama il gruppo e l'atmosfera dell'accademia.
La cosa sicura è che quando decidiamo di indossare un kimono e salire su un tatami per la prima volta, siamo tutti alla ricerca di qualcosa, e questo qualcosa ha in genere a che fare con il liberarsi da qualcosa che non ci piace. Una forma fisica carente ad esempio, ma in generale più un senso di insicurezza, una carenza di fiducia in se stessi, oppure un'idea che abbiamo di noi stessi che per certi versi riteniamo necessario dover in qualche modo migliorare.
Personalmente, dopo quasi 30 anni di arti marziali, mi sono reso conto che per me la pratica di un'arte marziale ed in particolar modo del jiu jitsu ,ha come fine ultimo l'emancipazione dell'essere umano dall'infinita di stupidaggini che la nostra società ci mette davanti come se fossero importanti, una capacità di scremare la nostra esistenza dal nocivo e dal superfluo. Questo obiettivo si persegue attraverso la pratica del combattimento, abbinata ad una onestà ed un rispetto profondo verso sè stessi e verso chi ci circonda.
Il Jiu Jitsu è dunque a mio avviso uno strumento di liberazione. Liberazione dallo stress, dalle cattive abitudine, dalle dipendenze malsane, dalle insicurezze inutili o da una pericolosa superbia, o da una vita poco sana. Riuscire a vedere le cose secondo priorità differenti, attraverso una lente forse più sana, che ci permetta di affrontare le difficoltà della vita con uno spirito differente, uno spirito guerriero.
Per me il guerriero non è necessariamente il lottatore forte, il campione. Ho conosciuto tanti campioni leggendari con delle profonde carenze e lacune sul piano personale , ed altre persone che non hanno mai praticato un'arte marziale in vita loro che portevano essere presi ad esempio del significato di etica guerriera.
A mio avviso non è lo strumento che scegliamo che conta , che sia la la pratica del jiu jitsu, della gestione di un ristorante, o del decidere di mettere su una famiglia, ma lo spirito che ci anima nel fare tutte queste cose che ci porta a crescere e maturare come persone.
Spesso passiamo la nostra vita a cercare questo obbiettivo nascondendo o volendo ridurre o rimuovere del tutto i i nostri punti deboli, diventando persone diverse. Oggi capisco che forse questo obiettivo per quanto nobile è alquanto utopistico. Ritengo più realistico come diceva Moshe Feldenkreis "diventare forte nelle nostre debolezze". Cosa significa? Non certo trovare scuse e crogiolarsi nei nostri punti deboli. ma al contrario accettare prima di tutto ciò che siamo e come siamo, ed in secondo luogo migliorarsi prendendo come punto di partenza proprio ciò che siamo, e non ciò che vorremmo essere. Il rischio di fare il contrario è quello di costruirci una maschera , un "ruolo" che non è veramente il nostro e che piano piano ci cresce addosso pesando sempre di più , finendo per schiacciarci con il suo peso fatto di aspettative e di frustrazioni.
Grazie al mio lavoro ho modo di vedere come il jiu jitsu si stia evolvendo a livello mondiale, sia sul piano agonistico che sul piano della pratica quotidiana da parte di un numero sempre crescente di praticanti, e non posso negare la mia felicità nel vedere così tante persone conoscere una disciplina così bella che ha un forte potenziale di miglioramento della vita di tutti. Tuttavia tale espansione è spesso accompagnata anche da mutamenti tipici di una disciplina sulla strada della massificazione.
Mode, doping, pressioni agonistiche, strategie di marketing, profitti di fine anno, aspettative da superman, ed altre forme di stress e cattive abitudini sono trappole nelle quali troppo spesso cade chi oggi si avvicina al mondo del jiu jitsu e a volte anche chi ne fa parte da tempo.
In poche parole, si finisce più o meno volontariamente per rendere il jiu jitsu l'ennesima fonte di stress che ci rende difficile la vita.
Una cintura bianca entra in palestra e spesso vive il jiu jitsu nel modo più sano di tutti, semplice, privo di troppe aspettative, con un bel sorriso in faccia a fine allenamento, e mi piace pensare che il colore di questa cintura rappresenti proprio la semplicità e la bellezza dello spirito di chi indossa per la prima volta un kimono.
Teniamo la nostra cintura bianca in borsa quando andiamo in palestra, di questi tempi può essere uno dei modi migliori per mantenere una visione della nostra pratica sana e positiva.
Postato da Federico Tisi il 24/11/2010 in Ricordi | 0 commenti| - Scrivi commento


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