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Squadra o Scuola ? - di Federico Tisi

Squadra o Scuola? Questi due termini sono ricorrenti nel mondo del jiu jitsu e molto spesso considerati in modo erroneo come sinonimi. Nel corso di quest'ultimo anno di insegnamento ho avuto modo di vedere evolvere notevolmente il mio metodo didattico ,in parte grazie a tutte le visite fatte in moltissime accademie di jiu jitsu in tutto il mondo, ed in parte anche grazie al lavoro fatto per preparare il Corso Sperimentale di formazione istruttori "Praticare ed Insegnare 2009" . Potermi confrontare con le aspettative e le visioni che ognuno di questi insegnanti ha del proprio lavoro mi ha fatto capire quali e quante siano le visioni del jiu jitsu che possono animare gli sforzi di un insegnante, e di come queste possano con il tempo mutare.
Tutte queste mie osservazioni sono sintetizzabili nelle differenze esistenti fra i concetti di "Squadra o Team" e quello di "Scuola o Accademia", entrambi rispettabili ma con alcune differenze sostanziali.
Una squadra è un gruppo di persone che si uniscono al fine di raggiungere uno scopo comune e ben definito. Questo scopo è generalmente molto concreto, ed in ambito sportivo si sostanzia nella vittoria in competizione su altre squadre . Per questo motivo molto spesso l'accesso ad una squadra è piuttosto selettivo, perché chi non possiede determinate caratteristiche e livelli di performance rischia di pregiudicare o di rendere più difficoltoso il raggiungimento di tale obbiettivo. Una squadra generalmente non vanta numeri di appartenenti elevati, ma un spesso numero limitato di lottatori molto competitivi.
Una scuola è invece costituita da un gruppo di persone spesso molto eterogenee fra loro accomunate da una passione comune che può avere però finalità diverse da quella dell'agonismo . In una scuola trovano spazio persone che desiderano avere un approccio più graduale alla disciplina , e la possibilità di avere spazi e tempo per poter sviluppare le caratteristiche proprie di un praticante in termini fisici, psicologici e tecnici, e conseguentemente una eventuale propensione all'agonismo.
La scuola è un posto aperto a tutti colori quali siano in possessi dei requisiti minimi comportamentali e fisici per potervi accedere., e per questo motivo vanta numeri di appartenenti maggiori, anche se la maggioranza di essi non ha intenzione di intraprendere la strada dell'agonismo, ma pratica per puro piacere personale.
La scuola ha un fine primario nella formazione, la squadra nella vittoria e nel risultato della performance atletico/agonistica.
Ho sempre ritenuto fondamentale sottolineare e consigliare a tutti i ragazzi (specie i più competitivi) che desiderano aprire un proprio gruppo di quanto sia importante cercare di impostare il proprio lavoro divulgativo nell'ottica della creazione di un'Accademia piuttosto che di una squadra, per il semplice fatto che all'interno di un'accademia può esistere e trovare spazio una squadra che attinga dal personale dell'accademia i propri elementi, mentre il contrario è a dir poco improbabile.
In tutte le Accademie più rinomate e foriere di campioni che ho frequentato nella mia vita , il numero di agonisti non ha mai superato il 10% degli iscritti. In parole povere è spesso il gruppo di praticanti non agonisti a costituire la base di un gruppo che giustifica poi l'esistenza di un competition team, che funge da vetrina agonistica dell'accademia. Un corso che non ha un numero minimo di partecipanti verrà inevitabilmente chiuso dai proprietari della palestra, per non parlare poi delle accademie dedite esclusivamente alla divulgazione del jiu jitsu, che mai potrebbero esistere basand osi solo sugli agonisti. Un insegnante professionista può dedicare del tempo ad un gruppo ristretto di agonisti solo ed esclusivamente se ha un numero dieci volte più grande di non agonisti che glielo permetta.
E' singolare poi constatare come molti degli agonisti più assidui e di maggiore successo siano spesso quelli che non sarebbero riusciti ad inserirsi in una squadra fortemente selettiva ed esigente sin dai primi momenti di pratica. L'inserimento in una scuola improntata alla gradualità ha invece dato modo a questi soggetti di crescere in modo graduale e di avere il tempo ed il modo di sviluppare una solida base per raggiungere alti livelli di pratica e notevoli successi in ambito agonistico. Tra i miei allievi sparsi in tutta Italia almeno la metà di quelli che hanno ottenuto più successi in ambito agonistico per un tempo più prolungato e costante sono quelli che per uno o per un altro motivo al loro arrivo in accademia non avrei immaginato nemmeno iscritti ad un campionato.
Per quanto possano sembrare semplici questi concetti , molto spesso mi trovo ad osservare l'insorgere di problemi connessi ad una cattiva interpretazione di questi due impostazioni di lavoro da parte di chi sta a capo dei vari gruppi che osservo. Scegliere la strada dell'Accademia o della Squadra non pone di per sé difficoltà a patto che le aspettative derivanti da questa scelta siano chiare.
Gestire un gruppo come una squadra aspettandosi una risposta da parte dei propri studenti simile a quella che si riceverebbe impostando una gestione orientata al modello Accademia è probabilmente il primo e maggiore ostacolo alla crescita di molti gruppi. Un istruttore con una forte propensione all'agonismo, che si sottopone alle estenuanti fatiche dell'allenamento agonistico sia tecnico che in termini di preparazione atletica cade spesso nel tranello di esigere in modo spontaneo da tutti i propri studenti una dedizione ed una propensione a questo livello di intensità negli allenamenti pari alla propria. Questa è la miglior ricetta per far fallire ogni tentativo di creazione di una scuola. L'entusiasmo iniziale della maggior parte dei partecipanti che si avvicinano al gruppo in questione verrà meno in tempi brevi, per via delle eccessive aspettative in termini di impegno e di intensità richiesti, che porteranno spesso questi malcapitati ad un senso di inadeguatezza rispetto al gruppo e di inferiorità rispetto ai pochi che riescono ad affrontare e a resistere ai livelli di intensità richiesti negli allenamenti.
Anche il rovescio della medaglia non è però da sottovalutare. Una scuola che non dia modo a chi lo desidera di allenarsi in modo adatto alla competizione finisce per scoraggiare gli studenti più competitivi, che sentono di non avere modo di prepararsi con l'intensità necessaria per poi competere e fare bene in campionato.
Diventa dunque doveroso saper dare spazio a tutti, e quindi modo a tutti di crescere e di coltivare le proprie aspirazioni. Farlo non è semplice,, e richiede una certa capacità di mantenere chiare le proprie priorità come atleta e lottatore, ed al tempo stesso capire dove queste devono lasciare a quelle che ci siamo posti come insegnante.

Buona pratica a tutti.

 

 

 
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